UN BURRATTINO CHIAMATO PINOCCHIO

un lungometraggio che dopo anni di lavoro è stato distribuito male e è letteralmente sparito per poi ricomparire dai magazzini della rotocolor e essere restaurato : le sue disavventure sono parallele alle storie di un burattino di nome Pinocchio

UN BURRATTINO CHIAMATO PINOCCHIO DI  GIULIANO CENCI

UN BURATTINO DI NOME PINOCCHIO, A FIRENZE

 

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Veniamo al nostro amico burattino e a un appuntamento che lo riguarda!

Ma non era una marionetta?

Cerrrrrrrto, ché, stòmo a guardà ‘r sottile?

Guardiamo piuttosco cosa ci sarò alla Libreria IBSVia de’ Cerretani 16/RFirenze

QUANDO???

Ma Mercoledì 11 dicembre 2013 alle ore 18.00, che Diamine!!!

Vi sarò la presentazione della edizione in DVD del film
Un burattino di nome Pinocchio di Giuliano Cenci (1972)
Edizioni Rai-Eri

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Il tutto alla presenza del’autore, Giuliano Cenci; con Massimo Becattini (regista del documentario incluso nel DVD); Alberto Becattini e svariati altri addetti ai lavori molto noti ai visitatori di questo blog!

A sorpresa!

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Esportato in più di 20 paesi nel mondo, per realizzare questo film Cenci impiegò oltre sette anni di lavoro e una selezionata équipe di oltre 50 artisti e tecnici.

Fra questi cìè anche il nostro long time friend Italo Marazzi, da almeno un paio di decenni insegnante di animazione presso la Scuola Internazionale di Comics, a Firenze.

Tornando alla pellicola: dapprima venne presentata in anteprima da Corrado Mantoni(sopra in uno sketch del 1965 con Ernesco Calindri e Sandra Mondaini), alla presenza di numerosi facoltosi imprenditori, i quali supportarono il finanziamento del kolossal animato su Pinocchio fino a quando, una volta ultimato, il film trovò l’interessamento del produttore Goffredo Lombardo, direttore della Titanus, per il lancio mondiale del lungometraggio.

Al Pinocchio di Cenci, ispirato ai modelli classici di Attilio Mussino, presero parte attori quali Renato Rascel, autore con Vito Tommaso della colonna sonora edita dall’RCA (sopra il brano, da You Tube, con alcune immagini anche inappropriate), nonché vi parteciparono anche gli eredi Collodi, i nipoti Mario e Antonio Lorenzini in qualità di consulenti, che reputarono la versione animata di Cenci l’unica ad aver rispecchiato perfettamente lo spirito collodiano.

Il film, realizzato tra il 1966 ed il 1971, alla sua uscita nelle sale cinematografiche di gran parte del mondo, fu considerato dal pubblico e dalla critica uno dei migliori cartoons in “full animation” mai prodotti in Europa.

Fu realizzato interamente a Firenze, ad un costo pari al valore attuale di diversi milioni di euro. Ancora oggi rappresenta una delle più importanti conquiste del cinema d’animazione italiano, destinato non solo ai ragazzi, ma anche a tutti coloro che apprezzano la delicata poesia del disegno animato.

Dai negativi originali, recentemente ritrovati, è stato possibile ottenere, attraverso un completo restauro delle immagini e del sonoro curato dalla Cineteca Nazionale, una nuova copia digitale del film che restituisce appieno la straordinaria qualità tecnica originale del lavoro.

Finalmente oggi, dopo 40 anni dalla sua uscita, il “Pinocchio” di Giuliano Cenci esce in DVD nella versione restaurata, insieme al trailer originale del 1972, al documentario di Massimo Becattini Firenze a cartoni animati – Nascita e avventure del “Pinocchio di Giuliano Cenci e alla autobiografia di Giuliano Cenci.

Sotto, qualche parte del film, non restaurata, ovviamente…

Rascel è anche il narratore, la voce fuori campo.

La parte settima!
Con Alidoro.

LA FOTOBUSTA ORIGINALE MI E’ STATA PORTATA  A PORTA PORTESE DA FRANCO

The Adventures of Pinocchio
(AKA: Un burattino di nome Pinocchio, Italy, 1972)
Directed by Giuliano Cenci
with an introduction by the three-times Oscar Winner
Carlo Rambaldi

Introduzione

di Carlo Rambaldi

Pinocchio è sempre stato un mio sogno. Molti anni fa, prima di andare in America, il signor Comencini venne da me dicendomi che la Rai era interessata a fare un film su Pinocchio. Mi disse anche che dovevo fare il provino a mie spese, io accettai. Io feci questo pupazzo di Pinocchio e ricordo che Renato Guttuso, con cui stavo lavorando alle scene di una Carmen, voleva comprarlo a tutti i costi. Alla fine per Comencini feci tre tipi di Pinocchio: uno da mezzo primo piano che parlava e rideva, uno che correva e un altro addirittura che prendeva il martello e lo lanciava. Mi ricordo che quando girammo i provini a Cinecittà, venne a farci visita il cognato di Comencini, Manfredoni: guardava i meccanismi che avevo creato. Venni a sapere dopo che era un ingegnere meccanico. Era sabato e seppi che, per un banale ritardo, avrei ricevuto la mia merce il lunedì successivo. Di domenica l’ingegnere Manfredoni fece tutte le fotografie di cui aveva bisogno. Tant’è che la schiena di un Pinocchio che mi è tornato indietro era quasi completamente distaccata: qualcuno l’aveva aperta per scattare foto. Dopo un po’ di tempo venni a sapere che avevano cominciato le riprese. Avevano già fatto fare i loro Pinocchi da altri. Io avevo bisogno delle foto per dimostrare che la mia idea era stata plagiata. Fortunatamente c’era il figlio di un mio amico che lavorava proprio là dentro, nella produzione, e che è riuscito a portarmi le fotografie dove si vedevano in maniera chiara tutti i congegni meccanici.
Per farla breve con questi elementi mi sono rivalso in sede legale per il plagio e il giudice è riuscito anche a sequestrare la pellicola delPinocchio di Comencini proprio due giorni prima della messa in onda dopo esser stato già annunciato sul Radiocorriere e sulla radio, e ci siamo accordati sul risarcimento con la Rai… ma la soddisfazione più grande è stata sapere da fonti sicurissime che per tutta la durata delle riprese il “loro” burattino meccanico ha sempre funzionato male! Siccome funzionava molto male Comencini pensò bene di sostituirlo con il Balestri, il bambino, ben prima della fine del film. Ma Pinocchio, nella storia originale, diventa bambino soltanto alla fine, non durante. E anche questa è stata un’occasione perduta…
Recentemente mi sono divertito ad immaginare un pupazzo tridimensionale del Pinocchio di Benigni. Lui neppure lo sa. Abbiamo avuto un rapido colloquio alla Melampo, la sua società di produzione, ma dopo quell’incontro Roberto non si è più fatto sentire. Il fatto è che Benigni mi aveva interpellato quando stava scrivendo la sceneggiatura del suo film. Voleva da me qualche consiglio su come fare gli effetti speciali. Ho avuto un colloquio all’inizio: mi chiese se volevo collaborare con lui. Mi chiese un consiglio per rendere credibile l’allungamento della coda dell’asino. “Ci sono vari mezzi”, risposi… “Si potrebbe anche non fare l’allungamento: basta un primo piano, l’espressione del personaggio che si guarda indietro terrorizzato, stacco, e dietro c’è la coda lunga”. Roberto si mise a ridere e ha detto “È vero, buona idea non ci avevo pensato”. Ho dato la mia disponibilità ma non mi ha più chiamato. Si vede che ha risolto, un solo consiglio magari gli è bastato. Dopo non sono stato più contattato.
Parlando, si pensò anche a una serie televisiva su Pinocchio con pupazzi tridimensionali. Siccome Pinocchio è la mia fissazione, io sono tornato qui nel mio laboratorio di Los Angeles e mi sono messo a lavorare. Ho cominciato a realizzare delle statuette di Pinocchio ispirandomi a Benigni. Potrei fare tutti gli altri che lui ha scelto per il suo film. Sarebbe un modo per rappresentare integralmente il burattino di Collodi che è troppo lungo per un film.
Quanto a Pinocchio trovo che tutte le versioni cinematografiche, a partire da quella di Disney, non conservino lo spirito del personaggio di Carlo Collodi, con la sola eccezione dei disegni animati della famiglia Cenci. Del film me ne parlò all’epoca il mio amico Riccardo Paladini. Erano degli impiegati postali fiorentini che la sera dopo il lavoro tornavano a casa e costruivano il loro Pinocchio. E’ quello autentico: sembra quasi lo abbiano fatto avendo a disposizione lo stesso Collodi. Nel Pinocchio di Giuliano e Renzo Cenci si sente lo sforzo di rispettare fedelmente lo spirito dell’autore. Tutti gli altri hanno preteso di cambiare a modo loro personalizzandolo ma senza riuscirci. Il regista di cartoni animati Mario Verger, che da trent’anni si occupa di questo film, è ben riuscito ed evidenziare tutte le differenze e a riconoscerne appieno il valore.
Il Pinocchio di Disney è quello di un bravissimo scultore, mentre il Geppetto di Collodi dice pressappoco: “voglio farmi un burattino che sappia ballare e saltare che mi faccia avere un pezzo di pane e un bicchiere di vino”. Il segreto di Pinocchio è dare l’idea che sia un burattino di legno non un bambino in carne e ossa. In un film che rispetti il testo di Collodi si deve sentire che chi ha costruito il burattino era un povero morto di fame. Si deve lasciare la parte primitiva del personaggio. Prendiamo ancora quello di Disney: Geppetto è un semplice falegname eppure confeziona a Pinocchio perfino un costume ricco di fronzoli.
Sono innamorato di Collodi e mi viene una specie di rabbia ogni volta vedo un nuovo Pinocchio che rappresentano deformandolo e facendogli fare cose che nel racconto non sono mai esistite.
Tutti i Pinocchio realizzati finora, sono tutti un tradimento a Collodi.
Se oggi Collodi fosse vivo, sai quante cause avrebbe intentato anche contro Disney? Collodi fa apparire il grillo parlante in tre momenti molto rapidi, mentre invece nelle avventure della Disney il grillo parlante è il protagonista principale in tutta la storia con Pinocchio. Comencini lo stesso… E le versioni edulcorate non si contano… Esiste un Pinocchio autentico che sarebbe apprezzato dallo stesso Carlo Collodi?
Credo – ancora oggi – che l’unico vero Pinocchio, fedele allo spirito collodiano, è stato realizzato solo dalla famiglia Cenci. Un gruppo di impiegati delle poste di Firenze che hanno realizzato ogni giorno dopo il lavoro un cartone animato indimenticabile. Tutti gli altri Pinocchio sono sbagliati.

Carlo Rambaldi

Un burattino di nome Pinocchio
di Mario Verger

Un burattino di nome Pinocchio
di Mario Verger

«Questo film è dedicato ai ragazzi di tutto il mondo, e a quegli adulti che dei ragazzi abbiano conservato la semplicità di cuore, il senso di giustizia e lo spirito di fraternità»

Nell’ambito mondiale del cinema d’animazione, diversi Paesi si sono cimentati nelle loro versioni di Pinocchio. In Russia, nel 1939 fu realizzato il film La chiavina d’oro di Alekszandr Ptusko, e nel 1959 una versione firmata da Ivan Ivanov-Vano e Dmitrii Babichenko conosciuta in Italia col titolo di Le avventure di Pinocchio. In Belgio, nel 1965 Ray Goossens produsse un Pinocchio nello spazio, mentre non si contano le versioni seriali giapponesi. Lo stesso Walt Disney, per spostarci in America, scelse il burattino italiano come protagonista del suo film più riuscito tecnicamente, dopo aver acquistato i diritti della trasposizione animata, iniziata nel 1935 dai nostri umoristi Verdini, Attalo e Barbara. Senza troppo dilungarci, diremo che tutti questi film su Pinocchio senz’altro possiedono in comune il fatto che è stato completamente travisato lo spirito originale del testo di Collodi.
Invece è stato proprio un italiano ad aver realizzato a cartoni animati il più bel romanzo italiano! Infatti, a distanza di venti anni dai lungometraggi d’animazione La Rosa di Bagdad e I fratelli Dinamite, nei primi anni ‘70 Giuliano Cenci, coadiuvato dal fratello Renzo, è riuscito a portare a termine l’encomiabile lungometraggio animato Un burattino di nome Pinocchio con la consulenza per la riduzione cinematografica dei discendenti di Carlo Lorenzini, Mario e Antonio Lorenzini (Collodi Nipoti) e di Renato Rascel, quale narratore del film.

Giuliano Cenci, fiorentino di nascita e di origini – discendente diretto di Beatrice Cenci – ha avuto, sin da ragazzo, la più sincera passione per il cartone animato. Giunto all’età di trentatré anni, lavorando come architetto al Comune di Firenze, decise di voler finalmente mettere su una squadra di animatori per realizzare il primo, vero lungometraggio animato sul burattino toscano.
Realizzò, pertanto, un filmato di circa 350 m., con alcune delle sequenze più spettacolari, non montate in ordine cronologico, del romanzo di Collodi, e contattò Corrado (all’epoca all’apice del successo Rai con L’amico del giaguaro) per presentare la pellicola nella Sala Stensen dei Gesuiti a Firenze, alla presenza di facoltosi professionisti e imprenditori, i quali avrebbero potuto finanziare il lungometraggio animato.
Giuliano Cenci seguì la lavorazione, intensa e sofisticata, che durò ben sette anni, di cui tre solamente di preparazione, alternando la propria attività di architetto presso il Comune a quella di regista, animatore principale e supervisore del film.
Parlare dei disegni del Pinocchio, già ritengo sia cosa importante: ciascuna celluloide, ciascuno sfondo sono sempre curati con un amore ed una dovizia di particolari veramente unici. In ogni inquadratura, in ogni minimo particolare, Giuliano Cenci vi ha messo la massima dedizione.

Lo studio che c’è dietro ogni singola scena è impressionante: gli arnesi da lavoro di Geppetto, l’orologio a cucù, la fontana, le cortecce degli alberi, il mare, le edicole votive che si incontrano per le strade dei paesaggi toscani – solo per citarne alcuni – sono colmi di un’analisi psicologica finora mai vista in un film disegnato a mano. Ogni ombra, propria e portata, ogni luce sono incredibilmente inserite nel modo più appropriato in ciascuna scena del film.
I personaggi denotano un certo realismo – proporzioni umane, movimenti naturali privi di esagerazioni – e sono sempre ben collocati in rapporto alle scenografie per via di un tratto di contorno piuttosto sottile, che delimita le figure in movimento ed amalgama i personaggi alla scena, e per l’uso del colore che si avvale di puri accordi tonali, anziché contrasti, ottenendo delicate tonalità pastello. Il segno di contorno è nero, sottile, uniforme, senza per questo appiattire le immagini e non cerca spunti grafici complicati e leziosi come la tecnica del sovraccolore seguita da Walt Disney e da diversi disegnatori italiani.

Viene utilizzato un colore di contorno più chiaro solo dove si rende necessario. I colori sono omogenei, non presentano le classiche “ombre piatte”, di maggiore effetto ma volgari, ottenute avvicinando un tono chiaro ad uno scuro e limitando ciò solo nelle scene notturne.
Accanto ai personaggi umano-realistici, quali Geppetto, la Fata, e Lucignolo, caratterizzati da un disegno anatomico e da movimenti ponderati, ve ne sono altri, come il Gendarme, Mangiafuoco, il Domatore del circo e il Pescatore verde, (dalle sopracciglia spesso folte e unite), fino all’Oste e all’Omino di burro – anch’essi realistici ma decisamente più caricaturali –, i quali si differiscono per una certa morbidezza nelle masse e per un ritmo più bamboleggiante; personaggi a cui si affiancano quelli non umani, come il Gatto e la Volpe, il Grillo parlante, i Conigli e il cane Alidoro, che aggiungono un tono fiabesco e di ironia grafica all’ambiente.

Infatti questi ultimi, nonostante siano degli animali definiti secondo le regole più tipiche del cartone animato, ad es. le quattro dita, sono riportati alle dimensioni umane, mentre maggiore realismo è dato al Colombo e al Tonno.
Il Pinocchio di Cenci non è quel bamboccio col cappello a piuma alla tirolese di Disney, ma è un burattino di legno con tutte le sue caratteristiche. Si intravede, infatti, lo spessore del legno sulle braccia e sulle gambe, ed è realisticamente riportato alle proporzioni umane, richiamando graficamente in modo notevole le antiche illustrazioni del burattino di Attilio Mussino, togliendo quell’aria severa ed aspra che caratterizzava le versioni di Chiostri e di Mazzanti. Mussino, grande illustratore, fu l’unico ad aver fatto un Pinocchio che si potesse adattare ad una versione animata. Non per questo Cenci non vi ha aggiunto niente di proprio nella realizzazione grafica per renderlo più affine alla maniera del cartone animato. Infatti, il berretto di Pinocchio color rosa, le dita in numero di tre anziché cinque – oltre al pollice e all’indice vi è un unico dito più ampio, che rende meglio l’idea di un burattino di legno – aggiungono al film un accento che arricchisce e caratterizza i personaggi, senza per questo guastare il rigore stilistico e formale cui l’autore si è scrupolosamente attenuto. Cenci è riuscito a far sì che il suo Pinocchio avesse l’animo di un vero bambino più che essere un ingenuo monello che non riesce ad evitare le tentazioni che gli fanno scordare i buoni propositi (vd. il Pinocchio di Disney).
Nonostante Pinocchio abbia le proporzioni umane, gli animali sembrano enormi, incutendo nel povero burattino un senso di soggezione: il cane Alidoro, pur rifacendosi ai vecchi bulldog Warner Bros, viene reso però più originale dalla scelta dei colori e dall’espressione bonacciona, che lo differiscono dallo stereotipo americano. Fra gli animali, il colombo è il più realistico; ad esso, durante il volo, Pinocchio si aggrappa seduto a cavalcioni, abbracciandolo con tono di fiducia e di tristezza, mostrando nel volto consapevolezza che sopporti il peso del suo corpo di legno per un intero giorno e un’intera notte per portarlo da Geppetto, ormai in alto mare. A proposito del mare bisogna rilevare che è stato realizzato con una tecnica completamente innovativa; non vi sono cicli animati di onde; Cenci ha escogitato una tecnica nuova per creare la limpidezza dell’acqua, che è rimasta tutt’oggi una novità assoluta in campo internazionale.

Il Geppetto dei Cenci, che graficamente ricorda lievemente quello disneyano, togliendogli, però, quell’aria di goffo vecchietto che più che un “vecchio padre” sembra un “vecchio nonno”, è rappresentato come una persona piuttosto anziana con tutti gli acciacchi della vecchiaia, attraverso movimenti accorti, ponderati, studiati con notevole costrutto logico come ad es. quando venduta la casacca per comprare l’abbecedario, si scrolla dalle spalle la neve, mentre Pinocchio ingenuamente lo osserva intuendone velatamente il sacrificio, con in braccio il gatto a cui accarezza il capo.
Le scenografie di Alberto D’Angelo (pittore figurativo siciliano) e Abramo Scortecci, sono sempre stilisticamente intransigenti in funzione della scena; sono ricche di sfumature tonali che riportano alla pittura figurativa italiana del primo ‘900, con minuzia di particolari senza essere così “definite” e “surreali” come quelle disneyane. Sono spesse, profonde e architettate con amore in ogni particolare, senza per questo essere stucchevoli e “barocche” come quelle realizzate dallo scenografo Libico Maraja per La Rosa di Bagdad.

Il paese dei balocchi appare come un vero e proprio Luna Park dove vi sono i classici giochi, dal tiro al bersaglio alla ruota volante, per il quale è stata realizzata la bellissima scenografia dove è rappresentata l’entrata, costituita in realtà da una gigantesca testa di clown, con le palpebre che si chiudono e si aprono alternativamente e nella cui bocca affluiscono in prospettiva schiere di monelli.
I bambini nel film di Cenci si distinguono in due tipi: quelli più realistici, come Lucignolo e Pinocchio-bambino, che hanno un grafismo volutamente spoglio, e quelli che stanno sul carrozzone, più a caricatura, più volutamente “banali”, con caratteristiche come il nasino all’insù e il dentino sporgente con l’espressione classica dei monelli. Tutto ciò, come anche la rappresentazione grafica del Gatto e la Volpe, così realistici nei movimenti ma anche così caricaturizzati – che senz’altro risentono della vasta esperienza dell’autore nel campo pubblicitario – fanno sì di allineare, anche se non volutamente, il Pinocchio di Cenci ad alcune realizzazioni animate tipicamente italiane.
A Renato Rascel fu affidato il ruolo di narratore, che coordina le varie scene senza per questo farlo divenire un film senza dialogo. Aggiungendo qualche piccolo commento tipicamente rasceliano, egli è riuscito a non snaturare il messaggio del libro e a rendere il film veramente italiano.

Alle parti animate si intercalano a volte delle illustrazioni raccolte a mo’ di libro, che servono di raccordo alle scene successive e sono poste di traverso su di una parete di legno sfogliandosi “da sole” insieme al commento del narratore. Queste illustrazioni, così consone ai personaggi del film che è reso più curioso, sono costituite da una serie di immagini di impostazione piuttosto rigida nelle masse ma ammorbidite dai chiaroscuri, che seguono i contorni delle vesti e da un segno pittorico e non manierato che accompagna con sensibilità e dolcezza la volumetria della forma, richiamando nella tecnica le copie accademiche a chiaroscuro.
Il Pinocchio di Cenci non è un personaggio artefatto: la psicologia con cui agisce è completamente spontanea – seppure “disegnata a mano” – e arriva direttamente al cuore degli spettatori. Non esistono “forzature”: è “vero”, sincero, si muove, ragiona e soffre. Non si può non pensare a quando, sentendo la Fata Turchina, che gli parla sulla grande sedia a dondolo, Pinocchio poggia i piedi sul grosso guanciale muovendo le gambe con irrequietezza nonostante la ascolti con sguardo trasognato ed affabile, lungi dalle caratterizzazioni di maniera dei film di Walt Disney.
Cosa significa tutto ciò? Che Cenci ha pensato a come si sarebbe comportato un bambino vero o lo stesso burattino collodiano in tale circostanza: una certa libertà nel non essere composti nel sedere in fondo è tollerata quando si è piccoli anche perché, di contro, i mobili appaiono molto più grandi; l’agitazione di quando si è “costretti” ad ascoltare chi è più grande di noi, ed infine il comportamento sobrio e apparentemente severo della Fata, che nonostante faccia al povero burattino una giusta ramanzina, non lo giudica ma, anzi, le sue parole esprimono in realtà amore e comprensione, tanto che lo stesso Pinocchio avverte ormai di essere amato dalla dama dai capelli turchini, sentendosi ormai protetto ed in “famiglia”.
Tutto ciò è, però, semplicemente espresso in modo latente: sentimenti, psicologia, comportamenti umani, nel film di Cenci sono sempre facilmente recepiti dallo spettatore e mai forzatamente imposti. La Fata Turchina, a differenza di quella disneyana che ha il fascino divistico delle star hollywoodiane, è una donna dai lineamenti delicati e semplici, di una bellezza non provocante e dall’aspetto lievemente angelicato, richiamando chiaramente i tratti dalla Madre di Gesù, così come è sempre stata rappresentata nella tradizione della pittura italiana. La Fata di Cenci è, infatti, educata, fine e composta, piena di senso materno, che è però corroborato da un’apparente severità necessaria per educarlo e farlo crescere. Per questo Pinocchio capisce che ella gli vuole bene e le si affeziona a poco a poco, tanto da piangere ai suoi piedi quando la incontra sotto le vesti di una semplice donna, che, commossa, gli accarezza il capo con affetto.
Il testo è quello di Collodi: quale sceneggiatura e dialoghi migliori di un capolavoro della letteratura italiana poteva scegliere Giuliano Cenci, avendo a fianco Mario e Antonio Lorenzini, nipoti dello scrittore? Ma l’ideazione drammatica della recitazione dei personaggi è completamente di Cenci, che senza alterare quasi una virgola nei dialoghi ha visualizzato nella maniera migliore un capolavoro che fino ad allora poteva solamente essere letto.

Pinocchio, gettandosi ai piedi della Fata e piangendo, la supplica di farsi riconoscere e le sue lacrime toccano il cuore della donna, la quale, tramutandosi nel suo vero aspetto, lo solleva con fatica in braccio dicendogli “birba di un burattino, sicché ti sei accorto che sono io?”. La Fata è sempre pronta a concedergli “un’altra possibilità” e si commuove sempre per i sentimenti sinceri del burattino che però, suo malgrado, non rimane a lungo nella retta via. Naturalmente la donna continua ad assisterlo ovunque anche quando, trasformato in ciuchino, sta per essere inghiottito dal terribile pescecane. E’ sul finale, allorché Pinocchio non pensa più a “comportarsi bene” ma sente ormai il dovere umano di farlo, che Cenci realizza la sequenza più toccante del film: Pinocchio si addormenta esausto poggiando il capo sulle ginocchia in modo scomodo ma esteticamente straordinario, quando la Fata compare per fargli trovare al risveglio la sorpresa che merita: non più una capanna diroccata da cui si intravedono le fessure del legno, ma una bellissima casa fine Ottocento, con gigli fiorentini alle pareti, specchi dorati ed eleganti armadi con decorati sopra delle raffinate mongolfiere.
Forse molti ricorderanno che il film si conclude, mentre incalza la musica di Rascel e Tommaso, apparendo in fondù la seguente scritta: “Questo film è dedicato ai ragazzi di tutto il mondo, e a quegli adulti che, dei ragazzi, abbiano conservato la semplicità di cuore, il senso di giustizia, e lo spirito di fraternità”. Cenci non ha dedicato il suo film a chi sa quale grande della terra per trarne sottaciuto lustro e prestigio, ma ha preferito dedicare il suo capolavoro con grande semplicità ed entusiasmo rivolgendosi direttamente al cuore dei giovani di tutte le età e di tutto il mondo.
Non possono non tornare in mente le parole della canzone del film del maestro Vito Tommaso, cantata da Renato Rascel “…Le lacrime versate mi hanno fatto uomo. E invece c’è gente nel mondo che non sa ancora piangere. Non sa che nella vita l’uomo è nato per provare… la gioia ed il dolore. E questa la verità … La favola finisce qua…”.
Interessante come le parole della musica riassumano vivamente lo spirito di questo grande capolavoro animato italiano.
Soprattutto Rascel è riuscito con la sua simpatia e bravura a dire quella verità insita in ciascuno di noi, sdrammatizzando dietro quell’ironia tipicamente rasceliana, ciò che il film esprime: per “favola”, oltre al significato logistico, non può che intendersi quello di “commedia umana”, ovvero “la vita non è altro che una prova”; “la gioia ed il dolore” non possono che significare la fatica di ogni essere umano per migliorarsi.
Nel Pinocchio di Cenci v’è infatti tutta più sincera tradizione dello spirito cristiano. Prevalenza della ragione sugli istinti, la fatica che dobbiamo compiere per realizzare qualcosa, in altre parole la vittoria dello Spirito sulla Materia, sono elementi palesemente evidenti in Un burattino di nome Pinocchio.
Cenci è riuscito ad applicare i veri valori del Vangelo, gli insegnamenti della parola di Dio nientemeno ad un film a cartoni animati che, come ha detto l’autore “dell’anima ne è l’espressione migliore”.
Tesoro di autentica e infallibile Dottrina Cristiana, il Pinocchio di Cenci, senza che te ne accorgi, ti ama come un fratello, ti conforta come un amico, ti accoglie come un padre: dopo che lo hai visto dici “Dio mi ama!”.
Giuliano Cenci, in ultima analisi, in Un burattino di nome Pinocchio, ha dimostrato una profonda conoscenza della psicologia dei personaggi, degli ambienti e del linguaggio dell’animazione, dando vita ad un film profondamente tradizionale nella tecnica e nello stile riuscendo finalmente a dare l’anima agli attori disegnati, realizzando, forse inconsapevolmente, non solo il classico dell’animazione italiana del XX Secolo, ma quello che sarà ricordato come il più bel film animato di tutti i tempi.

Mario Verger